13 Gen

Sisma Haiti, a 10 anni terra di nessuno

Il sisma di 7 gradi della scala Richter del 12 gennaio 2010 polverizzò la capitale di Haiti, Port-au-Prince, e sterminò almeno 230mila persone. In un decennio si è passati dalla promessa di ricostruire meglio di Bill Clinton, commissario speciale dell’ente per la ricostruzione, gestito da Onu, al disinteresse più totale. Nel mezzo, ci sono stati 6,4 miliardi di dollari di aiuti stanziati dalla comunità internazionale. Gran parte sono tornati indietro: oltre il 97% dei contratti d’appalto milionari è stata assegnata ad aziende delle nazioni donatrici. Ad organizzazioni e imprese locali è andato il 2,3 per cento. Il resto è semplicemente sparito, spiega Gotson Pierre, reporter e analista della piattaforma AlterPresse e AlterRadio.

A Petion Ville, quartiere residenziale della capitale, è spuntato un lussuoso Marriott, simbolo del rilancio del turismo, perennemente mezzo vuoto, racconta Gotson. Il Palazzo nazionale, interamente crollato, non è stato ricostruito in omaggio alla memoria e accanto alle macerie sono stati realizzati uffici per l’amministrazione. Sempre in centro, i giardini di Champs de Mars sono stati recuperati e circondati di chioschi, bistrot e bancarelle di souvenir. Gli sfollati che vi avevano trovato alloggio si sono dovuti adattare altrove nelle affollate baraccopoli.

Cinquecentomila sono gli alloggi mancanti a Port-au-Prince, già in emergenza abitativa prima del terremoto. Il ventilato piano case popolari è rimasto sulla carta. I fondi della ricostruzione dovevano, soprattutto, creare un sistema sanitario pubblico efficiente in un’isola che, con un medico ogni 5mila abitanti, di fatto, ne era priva, riporta ancora il reporter. L’edificazione di cliniche è stata tra le priorità. A partire dall’Ospedale generale – il principale centro statale haitiano –, distrutto per i tre quarti, ora ristrutturato e ampliato. I nuovi padiglioni, realizzati con il sostegno della cooperazione Usa e francese, sorgono accanto agli altri, sulla rue Saint-Honoré. Peccato che non siano operativi: tre anni fa, i lavori si sono interrotti e non sono più ripresi. I malati continuano ad essere ammassati nella parte vecchia e, come prima, devono comprarsi cibo, garze, guanti e medicine per essere curati.

A complicare lo scenario è la crisi politica in corso dal 2017, dopo la contestata elezione del presidente Jovenel Moïse. La scintilla è stata la scoperta dell’affaire Petro Caribe, una rete di corruzione politica che avrebbe ingoiato tre miliardi di dollari di aiuti venezuelani. Anche la precedente amministrazione e quella attuale sarebbero coinvolte. Violente proteste per chiedere la rinuncia di Moïse hanno insanguinato, a più riprese, il 2019.

In autunno il Paese s’è fermato tra marce e barricate.

E le legislative sono saltate, mentre l’inflazione galoppa, la gourde, la moneta nazionale si svaluta ed il sistema sanitario è al collasso, Medici Senza Frontiere ha stilato un bilancio terribile sulla crisi umanitaria nell’isola caraibica in questo decennio.

Nell’ottobre del 2016 Haiti fu colpita dall’uragano Matthew che portò con sé altre 3mila vite, distrusse migliaia di case, lasciando gli haitiani senz’acqua, senza cibo, né luce e medicine.

Secondo la Banca mondiale, ad Haiti oltre 6 milioni di persone vivono al di sotto della soglia di povertà con meno di 2,41 dollari al giorno, circa il 41 per cento della popolazione, il reddito pro capite è di 870 dollari. La mancanza di beni di prima necessità e di opportunità di lavoro, unite a corruzione e carovita, hanno provocato le violente proteste del 2019.

Barricate, peyi lok, fatte di pneumatici bruciati, cavi e persino muri costruiti durante la notte nella capitale. Rabbia e fame, migliaia di famiglie non possono pagare farmaci e carburante per raggiungere le zone più difficili e curare i malati, mentre aumentano in silenzio i restavek, i bimbi di Haiti, schiavi e abbandonati da anni.