17 Apr

Sono pezzi di città che ci provano…

Ogni scelta abitativa ha dei pro e dei contro, che si tratti di vivere in centro, in periferia o nella villetta in campagna.
Vivere in centro comporta una serie di criticità, può essere la luce che scarseggia piuttosto che la promiscuità, i costi per il riscaldamento o non avere il parcheggio sotto casa come spostarsi a piedi in una società organizzata intorno all’automobile e in una città totalmente dipendente dalle quattro ruote.
D’altro canto permette, a chi lo gradisce, di godere dal vivo delle bellezze di una città o di un borgo storico, dei suoi momenti di socialità, svago e cultura, di sviluppare rapporti di vicinato autentici, di sentirsi anche protagonisti e custodi di un bene comune di cui tutti devono poter godere.
Chi torna a vivere in centro, o aspetta di poterlo fare, nonostante il caos dei cantieri avviati o la desolazione di quelli ancora non partiti, lo fa perché ha intravisto alcune di queste possibilità ormai tradite dalla diffusa percezione di alcuni mondi che il centro storico sia un centro commerciale. Altri hanno scelto di non tornare, una signora ad esempio stamattina accompagnava dei suoi amici di fuori a vedere la sua abitazione vuota lungo il corso, spiegava nel frattempo i veri problemi, secondo lei, del sisma, volevano fare pure una metropolitana per andare a San Gregorio, ma cosa devo andare a fare io a San Gregorio? La mentalità è quella che è.
Leggendo i giornali ho letto che si propone di fare un parcheggio a piazza Duomo.
Ora, decine di studi, progetti di rigenerazione e ricerche dimostrano, non ipotizzano, che la percezione degli spazi vuoti come parcheggi è sbagliata e improduttiva, qui siamo arrivati alla percezione che le piazze, persino quella del Duomo, siano uno spazio vuoto salvo non ci sia qualche evento, piazzole di sosta sull’autostrada, privilegio per la ferraglia anziché per gli esseri umani.
Dal com’era dov’era il 5 aprile sembriamo incartati verso un com’era dov’era negli anni 70. Sognavamo non l’America, ma almeno una città vibrante e vivibile, la traiettoria in questo senso sembrava tracciata seppur tra mille difficoltà e contraddizioni, invece niente.
Le piazze potevano essere luoghi di vita, da progettare nelle periferie o da recuperare nei centri storici magari arricchendole di funzioni innovative, attraenti ed originali, sicuramente restituendole ai cittadini e ai turisti per camminare, pedalare, giocare a pallone, mangiare insieme, leggere un libro, fare arte, artigianato, impresa innovativa anche nelle forme nuove con cui si rilanciano tanti centri, con i negozi temporanei ad esempio, o per far rientrare i negozi di prossimità.
Oppure semplicemente potevano servire per scambiare due chiacchiere dopo dieci anni, potevano essere valorizzate da progetti innovativi, come quello dell’Ordine degli Architetti sull’illuminazione della città. Niente, saranno dei parcheggi.
Per chi? Per cosa?
Proprio ieri si vedeva in una fiction Rai un gruppo di ragazzi girare in zona rossa dopo il sisma.
Il paradosso è che allora sarebbe stato veramente possibile al netto dei problemi di sicurezza dei palazzi, provate oggi a immaginare dei ragazzi in bici in centro, pura utopia, è difficile persino camminare a piedi.
Le auto sono ovunque ma non bastano, ce ne vogliono altre e altre ancora, altrimenti come fanno i commercianti a lavorare si dice. Ma è una visione miope.
Anche qui i centri storici di successo, che sono sopravvissuti alla globalizzazione, hanno elaborato strategie opposte, politiche della mobilità volte a ridurre il numero di auto in circolazione non ad aumentarlo.
Soprattutto tante città hanno capito una cosa, che i centri storici non sono la versione in pietra di un centro commerciale e hanno quindi reso protagonisti i cittadini di un cambiamento culturale, giovani e anziani innanzitutto che è dimostrato sono i gruppi sociali più legati ai centri storici perché non hanno l’automobile e hanno necessità di un luogo in cui spostarsi a piedi e accedere facilmente a servizi.
Bisognerebbe metterli nelle condizioni di frequentare i poli di socialità del territorio, con navette, ad esempio che vanno dalle periferie al centro, non dal centro al centro.
L’urbanistica dovrebbe rimettere al centro del villaggio le persone favorendone il protagonismo, partecipare al cambiamento della propria comunità è un valore anche economico, che crea attrattività, vitalità, visioni e buone pratiche.
In città c’è chi ci prova.
I ragazzi e gli studenti di Friday’s for Future, ad esempio, lo hanno capito.
Lo hanno capito anche le associazioni dell’Urban Center, espressioni di tutto il territorio, attraverso le quali tanti cittadini cercano di riappropriarsi del proprio pezzo di governance delle politiche pubbliche, urbanistiche e di mobilità.
Ci sono gli abitanti del centro che provano ad utilizzare meno la macchina, le associazioni impegnate nelle giornate ecologiche o nella cura, come Jemo ‘Nnanzi, degli scorci restituiti dalla ricostruzione, altre, come il Fai, che apre quei siti che sono più difficili da tenere aperti, o l’Archeoclub con una Settimana non basta, eventi ed itinerari alla scoperta della città, non certo per rubare il lavoro alle guide, ma anzi, per contribuire direttamente come cittadini aquilani alla promozione della nostra terra.
Sono pezzi di città che ci provano, che guardano al futuro, alla vivibilità di periferie e centri.
La grande speranza è sopravvivere all’omologazione consumistica e sintonizzarsi con quel pezzo di mondo che guarda a un futuro diverso.

 

*di Alessio Ludovici