08 Gen

Spazi pubblici, a tarallucci e vin brulé

I fatti della Befana, 10 anni senza spazio pubblico si fanno sentire.
L’altra sera, mentre nella piazza del mercato si svolgevano gli eventi che non sto qui a ripetere, ero bloccato sotto ponte Belvedere dove c’era un blocco stradale.
Abito poco più sopra insieme alla mia compagna la quale, dopo essere stata a lavoro dalle 7 del mattino e fatta la spesa, voleva tornarsene a casa parcheggiando come sempre l’automobile a piazza Angioina o negli spazi limitrofi disponibili, un’area della città non toccata dalla fiera ma ugualmente chiusa a causa dell’imminente arrivo del vicepremier Salvini che di lì sarebbe dovuto passare per arrivare alla fiera della Befana per un evento di partito. Con il personale di sicurezza abbiamo avuto una brusca discussione poi risolta civilmente e una volta a casa ho saputo quello che stava succedendo in piazza Duomo.
Premetto che ho una mia opinione ben precisa sui fatti, ritengo del tutto improprio l’utilizzo della Fiera per lo svolgimento della campagna elettorale e assolutamente legittima l’azione di chi gli ha impedito di utilizzare le bancarelle per un’irrituale passeggiata elettorale e tutto ciò al netto di ogni altra considerazione di cronaca.
Detto questo, non posso dimenticare quello che ho visto nella mia testa.
In una parte della piazza gli organizzatori del tour elettorale, in un’altra la contestazione, in un’altra ancora la fiera, più giù lo spazio della piazza occupato da quasi un mese da una pista di pattinaggio, di qua un pacco colorato, qualche buca più là una palla illuminata, tra un vin brulé e una scopa triangolare, un buffone e un andatevene sui barconi gridato con tanto di divisa della Polizia. Un film surrealista non avrebbe potuto raccontare meglio cos’è successo dieci anni fa, mi sono detto.
Senza addentrarmi in raffinate analisi sociologiche sull’evoluzione dello spazio pubblico e della sua principale rappresentazione urbana, la piazza, il suk che vedevo nella mia testa mi sembrava la perfetta rappresentazione di una città incapace, dopo 10 anni, di autorappresentarsi come comunità.
Non mi sfugge l’elemento esogeno che ha reso evidente quest’incapacità, questa esplosione dello spazio pubblico urbano, ossia la strategia di disintegrazione sociale e divisione perpetua del ministro, un’estetica dello scontro e del conflitto che nasconde un vertiginoso vuoto di potere e che ha trovato, in una piazza che lentamente dopo 10 anni tenta di tornare spazio pubblico, un ingranaggio arrugginito da far esplodere nuovamente in mille pezzi.
Lo spazio pubblico, da sempre terreno di rappresentazione e appartenenza condivisa, di potere e contropotere, ma soprattutto di serendipidità e relazione da cui scaturisce quel sentirsi tutti parte di una città è, per dirla con Jacque Levy, un’utopia ragionevole perché in esso tutto è possibile fatta eccezione per il rischio che una parte della popolazione rifiuti la presenza degli altri.
Per quanto privata di senso dalla modernità come dal sisma, è quest’utopia che è stata messa a dura prova, con la trasformazione di una piazza in una posta in gioco, da spazio della relazione a spazio dell’appropriazione.
La cosa che rammarica non è tanto il susseguirsi degli eventi del 5 gennaio, inevitabile dopo la scelta di organizzare un tour elettorale in piena fiera, ma il fatto che a giorni dall’evento nessuno sia in grado di fare una riflessione su come si sia arrivati a questa retorica dell’appropriazione dello spazio pubblico, ad eventizzare la piazza fino all’inverosimile, autorizzando qualsiasi cosa ci si potesse ficcare dentro per l’occasione di visibilità.
Lo spazio dell’utopia resta, il giorno dopo, con la piazza vuota e qualche piccione a mangiare i resti della grande fiera, in attesa del prossimo evento.


*di Alessio Ludovici