16 Ago

Sport in agonia, manca un patto sociale

L’indagine sull’indice di sportività 2018, pubblicata qualche mese fa su Il Sole 24 ore, fotografa in modo impietoso lo stato di difficoltà che vive lo sport nel nostro territorio, relegando la provincia aquilana agli ultimi posti in Italia, esattamente al 94° posto su 107 province, scrive in una nota il capogruppo Pd in Consiglio comunale, Stefano Palumbo. A peggiorare il quadro in città, oltre la chiusura della piscina Verdeaqua e dello stadio Tommaso Fattori, contribuiscono le vicende che vedono coinvolti i due sport a livello agonistico più seguiti, il calcio ed il rugby.
Il primo, che annovera nel suo palmares partecipazioni ad alto livello nel circuito professionistico, trova oggi difficoltà nell’affrontare persino un campionato di promozione, con i tifosi costretti a subentrare nella gestione della società.

Stefano Albano e Stefano Palumbo

A destare più sconcerto però è sicuramente il rugby, lo sport aquilano per eccellenza, che rischia, come dichiarato dal presidente dell’Unione Rugby L’Aquila, di vedere la squadra cittadina militante in serie A chiudere i battenti dopo il fallimento dello scorso anno dell’Aquila Rugby Club. Eppure lo sport è tutto quello di cui la nostra città, affetta da una preoccupante disgregazione sociale dopo il sisma del 2009, avrebbe bisogno, una bandiera attorno a cui riunirsi nel segno della tanto invocata aquilanità, per cementare una coesione da tempo smarrita; all’Aquila, invece, lo sport sembra non avere più alcun valore.
Nel cantiere più grande d’Europa falliscono, nell’indifferenza generale, società sportive che hanno fatto la storia della città, trascinando con loro un’istituzione come il Convitto nazionale che nello sport agonistico trovava il suo principale bacino d’utenza.
Mi chiedo cos’altro debba accadere per aprire finalmente una profonda riflessione su un tema così importante; partendo da una seria analisi sui motivi e sulle responsabilità che hanno determinato nel tempo questa situazione, ma avendo al contempo anche la capacità di distinguere e valorizzare le esperienze virtuose.
Non sfuggirà a nessuno, ad esempio, la condizione paradossale che vive il rugby, con i settori giovanili, sostenuti dalla qualità e dall’amore di volontari, manager, tecnici, società e famiglie, che resistono, anzi crescono raccogliendo successi nazionali, mentre il rugby dei grandi, che dovrebbe trovare sostegno nel tessuto produttivo cittadino, muore lentamente.
La classe imprenditoriale è lontana dalla città, ne vive gli appalti ma non la socialità; è una triste considerazione che non possiamo non fare guardando a quanto accade invece in città, meno vitali economicamente della nostra, in cui esiste una sana e proficua partecipazione del mondo produttivo alla vita sportiva, e dunque sociale, della propria città.
Ma non basta prenderne atto, occorre provare a capirne anche le cause.
Probabilmente quello che manca è un patto sociale, mai definito, tra amministrazioni pubbliche, famiglie e tessuto produttivo, un accordo attraverso cui individuare, con la massima trasparenza, un reciproco vantaggio nell’ambito del perseguimento di un obiettivo comune, il benessere sociale nella nostra città.
Nel piccolo è quello che, sempre nel rugby, si è riuscito a fare a Paganica, segno che le frazioni hanno mantenuto e ricostruito un’identità sociale, più di quanto sia accaduto in città. Potrei puntare il dito contro chi, al governo comunale e regionale, rispetto alla portata del problema non va oltre il conferimento di meritati riconoscimenti istituzionali a chi, con le proprie forze, riesce ad ottenere importanti affermazioni personali in ambito sportivo, addirittura internazionale.
Preferisco invece porre loro, a gran voce, alcune domande: ci interessa ancora eccellere nello sport seniores? Siamo interessati a far restare i giovani in città, oppure come accade in tutto il paese, un po’ in ogni settore, li formiamo al meglio per farli andare via? Possiamo come politici e amministratori andare oltre il gioco delle parti e chiamare alle proprie responsabilità sociali tutti gli attori del territorio, non limitandoci all’ennesimo #savelaquilarugby ma con l’ambizione di definire un impegno concreto per i prossimi dieci anni dello sport cittadino?
Le risposte che la città merita sono fin troppo scontate, tocca solo a noi renderle concrete.