26 Mar

Tampone anche in sorveglianza attiva?

Sono le 12.30 del 20 febbraio, Annalisa, la più famosa anestesista d’Italia oggi, di fronte a una polmonite di cui non si riesce a capire la causa decide, con i colleghi, di sottoporre il paziente a un tampone per il coronavirus. Il giorno dopo è ufficiale, abbiamo il primo caso in Italia, il paziente 1. C’è un piccolo particolare, però, emerso solo ora, i primi studi epidemiologici infatti sembrano confermare l’ipotesi che il virus circolasse in Italia già ai primi di gennaio e questo spiegherebbe l’estensione del contagio in Lombardia, inoltre la carica virale degli asintomatici, cioè la capacità di infettare gli altri, sembrerebbe sia la stessa dei sintomatici.

C’è voluto quasi un mese per identificare il paziente 1.

L’anestesista dichiarerà a Repubblica ai primi di marzo, i miei colleghi ed io abbiamo scelto di fare qualcosa che la prassi non prevedeva. L’obbedienza alle regole mediche è tra le cause che ha permesso a questo virus di girare indisturbato per settimane. Quali erano queste regole? 

Quasi due mesi prima quel fatidico giorno, il 31 dicembre 2019, la Commissione Sanitaria Municipale di Wuhan segnalava all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), un cluster di casi di polmonite ad eziologia ignota nella città di Wuhan, nella provincia cinese di Hubei verificatosi nelle settimane precedenti.

Il 9 gennaio 2020 le autorità sanitarie cinesi dichiaravano quindi di aver identificato un nuovo coronavirus e ne rendevano pubblica la sequenza genomica. E’ l’alba del pianeta del coronavirus. L’Organizzazione Mondiale della Sanità comincia in quei primi giorni di gennaio ad attenzionare il nuovo virus, e così fanno le altre istituzioni sanitarie sovranazionali, l’Ecdc europeo ad esempio, e quelle nazionali.

Roberto Speranza

In Italia, il 21 gennaio, si riunisce la nuova task force del Ministero della Salute, composta da rappresentanti del Ministero, dei Carabinieri dei Nuclei Antisofisticazione e Sanità e dai rappresentanti dell’Istituto Superiore di Sanità, dell’AGENAS, Ufficio Stampa Ministero della Salute dell’Agenzia Italiana del Farmaco e dell’Istituto Nazionale Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma, dalla Protezione civile, da un rappresentante delle Regioni, dagli Ordini dei medici e degli infermieri, delle società aeroportuali SEA e ADR, dall’Ispettorato generale della sanità militare.

Il 22 gennaio dallo stesso Ministero parte una circolare per tutte le Regioni e le istituzioni sanitarie del Paese. Vi si illustrano le prime misure di prevenzione e di controllo da mettere in atto sulla base di un allerta ancora moderato da parte dell’Ecdc che però non esclude una diffusione su scala globale.

Caso sospetto di Covid-19, in quella circolare, è chiunque abbia un’infezione respiratoria acuta grave che ha richiesto il ricovero in ospedale, senza un’altra eziologia che spieghi pienamente la presentazione clinica e, soprattutto, sia in possesso di uno di questi altri requisiti: una storia di viaggi a Wuhan nei 14 giorni precedenti, ovvero essere un operatore sanitario sintomatico che ha a che fare con infezioni respiratorie.

C’è anche una terza ipotesi in quella circolare, una persona che manifesta un decorso clinico insolito o inaspettato, soprattutto un deterioramento improvviso nonostante un trattamento adeguato, senza tener conto del luogo di residenza o storia di viaggio, anche se è stata identificata un’altra eziologia che spiega pienamente la situazione clinica. Ma il 27 gennaio una seconda circolare sembra restringere il campo. Si definiscono più nel dettaglio i casi sospetti, e quella terza possibilità sembra venire meno. L’attenzione delle istituzioni sembra soprattutto rivolta ai sintomatici di ritorno dalla Cina, nei confronti dei quali vengono prese le prime misure di prevenzione. In quel momento, l’OMS, definisce ancora potenzialmente, rare, le trasmissioni asintomatiche, ma non le esclude.

Il 30 gennaio viene dichiarata l’emergenza internazionale di salute pubblica per il coronavirus e la Cina è già in lockdown.

Tedros Adhanom Ghebreyesus

Il 31 gennaio l’Italia dichiara lo stato di emergenza sanitaria nazionale, di cui Salvini sembra essersi accorto solo ora nonostante se ne fosse parlato in ogni Tg.

Lo stesso 31 gennaio una nuova circolare chiarisce infine le modalità di gestione dei contatti a rischio del caso confermato.

Per contatti a rischio vanno intesi coloro che hanno avuto un’esposizione associata all’assistenza sanitaria, compresa la fornitura di cure dirette ai pazienti nCoV, o la permanenza nello stesso ambiente di pazienti confermati con nCoV, oppure che abbiano viaggiato insieme ad un paziente nCoV o infine che coabitino con un paziente nCoV. Si demanda alle Regioni la responsabilità di sottoporli alla sorveglianza attiva che prevede un contatto quotidiano da parte delle strutture sanitarie pubbliche, due volte al giorno specifica la circolare, per conoscere lo stato di salute e il  mantenimento dello stato di isolamento che può durante la sorveglianza esitare in ricovero ovvero in cessazione della sorveglianza.

Non viene però specificato, se va accertata la completa negativizzazione del paziente, dopo 14 giorni, attraverso il tampone.

A febbraio l’attenzione continua ad essere rivolta alla Cina, studenti e italiani di ritorno, voli, tutto questo fino a Codogno. Dopo Codogno le cose cambiano, fino al 25 febbraio si fanno tamponi a pioggia nella prima zona rossa, ma poi la strategia cambia di nuovo, e il 9 Marzo una nuova circolare torna all’impostazione originaria. Un caso Covid cui sottoporre il tampone deve possedere una serie di requisiti che sembrano non aiutare il tracciamento dei possibili casi, tantomeno degli asintomatici. Dal 9 marzo un caso sospetto, cioè da sottoporre a tampone, è una persona con infezione respiratoria acuta e senza un’altra eziologia che spieghi pienamente la presentazione clinica e storia di viaggi o residenza in un Paese/area in cui è segnalata trasmissione locale durante i 14 giorni precedenti l’insorgenza dei sintomi; oppure una persona con una qualsiasi infezione respiratoria acuta e che è stata a stretto contatto con un caso probabile o confermato di Covid-19 nei 14 giorni precedenti l’insorgenza dei sintomi, o infine una persona con infezione respiratoria acuta grave e che richieda il ricovero ospedaliero (SARI) e senza un’altra eziologia che spieghi pienamente la presentazione clinica.

L’ultima circolare sul tema del 20 marzo conferma questa definizione di caso, continua a ritenere basso il rischio di contagio da asintomatici e sottolinea quindi la necessità di identificare tutti gli individui che sono stati o possono essere stati a contatto con un caso confermato o probabile di Covid-19 per metterli in sorveglianza attiva, focalizzando la ricerca degli stessi con particolare attenzione alle 48 ore precedenti l’insorgenza dei sintomi fino al momento della diagnosi e dell’isolamento del caso positivo.

Tuttora sembrerebbe quindi esclusa la possibilità di fare un tampone ad un asintomatico o a una persona con sintomi lievi anche qualora ci siano stati contatti stretti con casi accertati.

E’ però essenziale saperlo, soprattutto alla luce dei nuovi studi che sembrano dimostrare che gli asintomatici infettano tanto quanto i sintomatici. Ma allora tutte le persone in sorveglianza attiva, centinaia solo in provincia dell’Aquila, non andrebbero forse sottoposte a tampone, soprattutto adesso che sappiamo che gli asintomatici sono egualmente pericolosi? Come si fa a farli tornare a lavoro o a fare la spesa se non sappiamo se erano positivi e se sono negativi al termine di questi 14 giorni? Oggi in tv una ragazza, in sorveglianza passiva da 15 giorni, chiedeva a un infettivologo se poteva tornare a fare la spesa. L’infettivologo gli ha consigliato di farsi un’altra settimana. Io non ci capisco nulla, ma dal non farli a tutti, al continuare a non farli nemmeno a questi casi potenziali, esisterà pure una via di mezzo dopo mesi di crisi.


*di Alessio Ludovici