09 Mar

Un Piano di ricostruzione… negato

Il dibattito pubblico di queste settimane sul commercio ci catapulta indietro di cinquant’anni. Il commercio all’Aquila era fallito già al 6 aprile 2009, quelle poche attività che reggevano reggono anche oggi, tutti gli altri sopravvivevano grazie ad affitti, spesso in locali del pubblico, bloccati a cent’anni prima. Oggi dopo una catastrofe che avrebbe voluto storici, sociologi, urbanisti ed architetti a studiare la ripresa di una città, il confronto è tornato ad essere a due: il commercio e la pubblica amministrazione. Il commercio rivuole fitti calmierati nelle rendite immobiliari pagate dallo Stato, sgravi tributari e la preferenza di esercizi in centro, piuttosto che in periferia, e l’amministrazione comunale non può che dire di sì. In questo contesto vecchio cerca disperatamente un ruolo l’ex sindaco Massimo Cialente che non volle fare un Piano di ricostruzione come fossimo in un dopoguerra eppure oggi sollecita un Consiglio comunale straordinario sul centro storico e sulla sua rivitalizzazione dopo aver portato Fare Centro.
Che è andata benissimo come intuizione ma non può essere l’unica.
Nel decennio passato, in cui davvero Cialente avrebbe potuto impostare una città innovata recuperando il borgo medievale dalle brutture con innesti contemporanei degni dei migliori urbanisti ed architetti del mondo, non abbiamo fatto nulla. E non hanno voluto cambiare il Piano regolatore del 1975 per poterlo fare. Cialente con i suoi assessori, in particolar modo Pietro Di Stefano, si è chiuso a Palazzo con i propri tecnici d’apparato sempre gli stessi consulenti, pagati per fare il Piano di ricostruzione, ancor prima per lavorare al Piano strategico e poi ancora al nuovo Piano regolatore, tutti uguali, li ho letti, e senza proporre mai un’idea di città da ricostruire.
Un futuro che hanno calcolato sui metri quadrati da costruire, da aumentare, da affittare e da vendere e dove tutto il resto non contava un beato ciufolo.
Non abbiamo avuto diritto a grandi urbanisti, architetti, pianificatori, esteti, restauratori, gente di cultura, gente di rottura, gente che avrebbe avuto voglia di dire qualcosa di più, che cubature e volumi, solo consulenti d’apparato che hanno calcolato come valutare economicamente i metri quadri da ricostruire che ha pagato lo Stato, hanno concepito la nuova edificabilità delle aree bianche a vincolo decaduto del vecchio Piano regolatore, quindi il tocco finale del Prg, che Cialente vorrebbe oggi pronto da votare con quel che resta da edificare in base alla popolazione. Con tutto che già quello del 1975 era stato pensato per oltre 130mila abitanti. La lezione non l’ha capita. Dieci anni passati ignorando, per dirne uno, il comparto in centro storico con la Camera di Commercio, la Biblioteca oggi regionale, uffici e banche che pensiamo di far ritornare costruendo tutto intorno al commercio.
Senza strategie e senza competenze, in un decennio le hanno rifiutate ed oggi vorrebbero tornare ad inventarsele da soli. Con quali dati e dinamiche economiche alla mano? Il turismo che non traina neanche a Firenze? Perché Alberto Capretti non riporta il mercato ambulante a Piazza Duomo? Vogliamo ricordare la travagliata storia di Porta Barete?
Il Piano di ricostruzione ha concepito troppo frettolosamente un centro storico com’era e dov’era con quattro o cinque progetti di recupero urbano intorno alla cinta muraria che sono ancora a caro amico e neanche agganciati ad una strategia sociale, aggregativa ed economica per riabitare la città con cognizione di causa.
Per loro non era indispensabile fare un Piano di ricostruzione.
Ricominciano quindi le trattative con il commercio e noi ricominciamo a guardare indietro.